Mitragliere Vito Luigi CAPUTO

CLVI Battaglione Mitraglieri - 2ᵃ Compagnia

nato a Melissano – Lecce 25.1.1922

Imprigionato tra Valujki Валуйки e Voronovka - Вороновка

Rimpatriato dalla prigionia trascorsa all’ospedale n°2074 di Pinjug e nel campo n°5 del lager n° 29 di Pakhta Aral - Пахта‐Арал -


Il mio amico Rocco non è più ritornato. "Per me la guerra è iniziata i primi giorni del ’42, non avevo ancora compiuto vent’anni, quando fui assegnato, il 23 gennaio 1942, al 25° Reggimento fanteria, battaglione fucilieri, matricola n° 22151, insieme al mio amico Rocco Caputo, di poco più giovane di me. Abitavamo a Melissano sulla stessa strada, in via Napoli a pochi passi l’uno dall’altro. Cominciammo così il lungo calvario: col nostro battaglione fummo inviati a Cervignano del Friuli al confine con il territorio jugoslavo, dove avevamo il compito di presidiare il confine 97 con frequenti incursioni in territorio nemico per azioni antiguerriglia. In quei luoghi la nostalgia, spesso, mi portava a confrontare quell’ambiente con il mio. Così struggente era il ricordo delle persone che avevo lasciato e alle quali ero legato da profondo affetto. Ripercorrevo col pensiero tutte le vicende della mia ancora tanto giovane esistenza, eppure così piena di avvenimenti. Sono nato il venticinque gennaio del 1922 a Melissano, in provincia di Lecce. Dopo appena ventidue giorni dalla mia nascita, mia madre morì. Mio padre si risposò presto. Fu la madre di mia madre ad occuparsi di me. Con lei mangiavo, pregavo, da lei ho imparato le regole della buona educazione e sempre da lei ho ricevuto ciò che meritavo quando quelle regole non le rispettavo. Appena più grandicello iniziai a lavorare, facevo qualsiasi lavoro purché mi consentisse di portare onestamente a casa qualche soldo. Mi alzavo presto la mattina per raggiungere le campagne e ottenere qualche mansione adeguata alle mie possibilità. Ho frequentato la scuola solo per il primo anno delle elementari, ho imparato a leggere e a scrivere, il resto me l’hanno insegnato il buon senso e la vita stessa. Così ho trascorso la mia infanzia e la mia vita da ragazzo. Lavorare è stata l’unica priorità e necessità della mia vita, perché dalle mie parti vigeva il detto “se lavori mangi”. Verso i diciassette anni conobbi una bella ragazza di un paese vicino, Racale. Cristina, questo il suo nome, aveva poco più di quattordici anni. Pochi gli incontri, non era facile scambiare qualche parola, i genitori facevano una sorveglianza serrata, a dir poco. Tuttavia ci potemmo incontrare con il consenso dei suoi prima della mia partenza per la guerra e avemmo il permesso di avere una corrispondenza per tenerla informata della mia vita al fronte. Ci giurammo eterno amore. Arrivato il giorno della partenza, salutai parenti e conoscenti. Salutai Cristina con una profonda indescrivibile tristezza, poi salutai anche i luoghi che mi avevano visto crescere e lavorare con caparbietà e impegno. A gennaio le campagne erano animate da uomini e donne per la raccolta delle olive. Dalle campagne intorno al mio paese è visibile all’orizzonte il mare luccicante al sole del terso cielo invernale, con le torri sparse lungo la costa come soldati a guardia della mia terra dalla quale ero costretto ad allontanarmene, forse per sempre. Questi miei pensieri venivano bruscamente interrotti dal crepitio degli spari dei partigiani di Tito. La nostra pattuglia, durante le ricognizioni in territorio jugoslavo, costituita alla partenza da quindici effettivi, rientrava con undici o dodici uomini, senza che noi potessimo individuare i cecchini che facevano strage dei nostri. Questo stillicidio continuo di uomini, aveva fatto maturare 98 in me una forte ripulsa nei confronti dei nostri “nemici” che non combattevano con lealtà a “viso scoperto”. Inutile dire che questo tipo di agguati alimentarono nel mio inconscio una grande paura! Perciò accolsi con entusiasmo la notizia secondo la quale alcuni complementi del nostro reggimento, tra cui Rocco ed io, avrebbero costituito, con tanti altri, una nuova divisione: la CLVI Divisione di Fanteria Vicenza, al comando del generale Enrico Broglia, per compiti di occupazione in Francia. Nel giugno del 1942 fummo trasferiti a Brescia e da lì, però, la nostra destinazione cambiò; non più la Francia ma il fronte russo sarebbe stata la nostra meta, a supporto dell’ARMIR. Fui aggregato al 156 Battaglione Mitraglieri Divisione Vicenza, e il 25 settembre 1942, partii in treno, insieme all’amico Rocco, per il fronte russo. Superata la frontiera del Brennero, attraversammo in direzione est l’Austria, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania, giungemmo fino a Izium, in Ucraina, da lì, a piedi, dopo una lunga marcia di 250 Km, raggiungemmo Starobelsk, il 5 ottobre del 1942. Rimanemmo per pochi giorni nelle retrovie dell’ottava Armata impegnata sul fronte del fiume Don. I primi di dicembre fummo trasferiti nei pressi di Rossosch nelle retrovie ma poi, per necessità sopravvenute, occupammo le linee del fronte a ridosso del fiume Don tra la Divisione Tridentina a nord e Cuneense a sud, vicino a Kuschin. Il Don era ghiacciato per la temperatura rigidissima, sembrava una tavola lucida. Quando i proiettili di artiglieria colpivano la superficie si levava un turbinio di schegge di ghiaccio che venivano proiettate intorno, il ghiaccio era così spesso che i proiettili non riuscivano a forarlo e raggiungere l’acqua. Noi eravamo a ridosso del fiume. I bunker, che costituivano il nostro riparo, erano stati ottenuti scavando nel terreno sabbioso di riporto del fiume e anche nella roccia, la copertura era costituita da grossi tronchi sui quali era stato riportato per un’altezza di oltre un metro, parte del materiale di scavo. I giorni passavano scrutando il nemico sull’altra sponda del fiume, tra brevi scaramucce da ambo le parti. L’inferno di ghiaccio si scatenò il 15 gennaio 1943. I russi diedero il via all’attacco, presi di sorpresa dall’inaspettata reazione e forza del nemico, sembrò che nessuno al fronte avesse le idee chiare sul da farsi. Ci trovammo nel caos più completo: la battaglia era in corso, io, Rocco e altri compagni, con la nostra mitragliatrice cercavamo disperatamente di difenderci e rispondere al fuoco nemico. Ad un certo punto venne ad incepparsi l’arma del nostro capitano, il quale mi ordinò di passargli la mia. Io rimasi a guardare senza poter fare più nulla. "Tenente” dissi “non ho un’arma, ho le mani congelate, non so che fare”. Mi ordinò subito di rientrare nel bunker. Non ci pensai due volte, strisciando sul ghiaccio, tra gli scoppi dell’artiglieria, i fischi delle pallottole, 99 gli ordini urlati, le grida dei feriti, mi precipitai, invece, non nel bunker ma al comando del mio battaglione nelle immediate retrovie. Qui vidi che si stavano apprestando alla ritirata. Presi il mio zaino, fecero l’adunata, ma ne mancavano già tanti di soldati, partimmo di notte prima degli altri. Rocco non era con noi. La ritirata fu un’odissea terribile. Con pochi viveri, vestiario inadeguato, scontri a fuoco improvvisi e continui con le forze russe che cercavano di disgregare la colonna in ritirata, in un freddo impossibile, i compagni continuavano a rimanere privi di vita lungo il tragitto. Con un gruppo di soldati della Vicenza vagai per la campagna russa, sbandati, lontani dalla colonna che si dirigeva verso la città di Valujki. Poi per due giorni camminai da solo prima di ritrovare altri tre commilitoni, anche loro sbandati. Tra Valujki e Volokonovka, camminammo tra la neve alta in una distesa piatta, sempre uguale, senza alcun riferimento. Era buio e sapevamo che trascorrere la notte all’aperto avrebbe significato la morte sicura, cercammo di non farci prendere dallo scoramento, si doveva camminare per scongiurare l’assideramento. Fummo fortunati perché ad un certo punto abbiamo intravisto un’isba: era completamente disabitata e vi cercammo riparo. Ci addormentammo sfiniti, ma poco dopo, sentimmo le voci di soldati russi che, dall’esterno, intimavano a voce alta: Italiani, fuori! Siete prigionieri! Uscimmo spaventati a morte: forse per noi era giunta la fine. Albeggiava e nella distesa di ghiaccio e neve che copriva ogni cosa intorno, una lunga fila grigiastra di uniformi si stagliava confusa tra il chiarore del giorno e il blu della notte: erano altri sventurati come noi fatti prigionieri nella zona. I russi ci chiesero ancora “Tedeschi? Nieski?” Noi rispondemmo subito “No!” Dapprima controllarono le nostre condizioni fisiche e, constatato che eravamo in grado di camminare, ci accorparono agli altri prigionieri in una fila che sembrava interminabile. Capii in seguito il tono della domanda se ci fossero tedeschi tra di noi, fattaci al momento della cattura e il controllo del nostro stato di salute, non certo perché preoccupati del nostro benessere fisico! I russi, non appena catturavano qualche soldato tedesco, lo fucilavano all’istante e la stessa sorte toccava a tutti i soldati prigionieri che risultavano feriti o comunque non in grado di camminare. Durante l’estenuante marcia verso i centri di raccolta, i russi ripetevano spesso questa espressione “Bandito Hitler, fascista Mussolini”. Queste parole spiegavano in qualche modo l’opinione che i russi avevano dei soldati tedeschi e italiani. Ripensai allora ai giorni precedenti la mia cattura, quando, durante la ritirata, mi aggiravo solo e sperduto in quella landa desolata e coperta di neve 100 all’infinito. Le dita dei piedi e delle mani non le sentivo più, era l’inizio di congelamento, non riuscivo più a camminare, ancora un po’ e mi sarei dovuto fermare. Arrancavo nella neve ghiacciata quando, ad un tratto, da lontano intravidi quella che mi sembrava essere un’isba; la raggiunsi dopo immani sforzi fisici: era la possibilità di salvezza, lì potevo trovare un posto al caldo e del “khleb” (pane) e riprendere un po’ di vita. Ci abitava un’anziana signora che mi soccorse subito e, viste le mie condizioni, capì che ero all’inizio di un assideramento irreversibile. Mi tolse subito le scarpe e cominciò a massaggiare le gambe, i piedi e le dita con molta forza, poi accostò i miei piedi al suo seno: il contatto del calore del corpo mise in circolazione il sangue, sciogliendolo in modo più naturale e veloce, evitando ristagni che avrebbero portato a possibili cancrene. Mi spiegò che anche i suoi “malenki”, figli, ancora molto giovani e suo marito, erano partiti per la guerra e sperava che, se ne avessero avuto bisogno, anche loro avrebbero trovato qualcuno che li aiutasse come stava facendo lei con me. Non ricordo più il suo nome, ma è a lei che devo la vita. La donna mi raccontò anche delle vicende cui erano protagonisti i civili quando arrivavano i soldati tedeschi. Questi pretendevano di essere trattati bene consumando quel poco che i contadini russi possedevano per il loro sostentamento durante il lungo e rigido inverno in un periodo ancora più terribile di guerra. Così pretendevano, ad esempio, che fossero servite a tavola e ben cucinate le poche galline del pollaio che sarebbero servite invece per avere disponibilità di uova, e quindi di cibo, per molto tempo. Mi fece capire che i soldati tedeschi si comportavano con poco rispetto verso la popolazione russa che subiva la guerra non solo perchè gli portava via uomini e forza lavoro, ma anche perché oggetto di soprusi e sfruttamenti ingiusti e inflitti con il terrore. Gli italiani venivano considerati più umani; è vero che rubavano anche loro per fame, ma non incutevano terrore, né minacciavano di morte i civili nel pretendere con la forza ciò di cui avevano bisogno per sopravvivere in quell’inferno di gelo, di fame, di morte! Al contrario noi soldati italiani, quando potevamo prima della ritirata, aiutavamo la popolazione con vitto e vestiario, per questo i russi dicevano italianski karasciò, niemits (tedeschi) kaput. Dunque, pensai che questo era il motivo di fondo che spingeva i soldati russi a fucilare sul posto i prigionieri tedeschi. Una sorta di reazione vendicativa, incoraggiata anche dalla propaganda stalinista. Durante il viaggio verso il campo di raccolta, oltre il fiume Don, la temperatura segnava punte di - 40°. Il freddo era insopportabile. Giungemmo, infine, a destinazione e cominciavo a sentire nuovamente insopportabili dolori ai 101 piedi e alle mani. Ci ammassarono dentro grandi capannoni, ci stendemmo su pagliericci sparsi sul pavimento e per vitto giornaliero ricevemmo meno di cento grammi di pane nero. Dopo qualche giorno, iniziò il nostro terribile viaggio verso una meta ignota. Cominciò quella che tutti oggi conoscono come “la marcia del davaj”: in fila per tre, e sorvegliati a vista da ragazzi più giovani di noi armati di parabellum, che avevano l’ordine di sparare non appena qualcuno avesse accennato a staccarsi dalla fila, non importava il motivo, fosse anche per impellenti bisogni corporali, e sparavano spesso. Alla fine di questa lunga, terribile marcia, durante la quale molti prigionieri morirono di fame, di freddo, di malattia, ci fecero salire su vagoni di un treno merci. In ciascun vagone eravamo stipati in numero di novanta o cento prigionieri. Il pochissimo pane, qualche aringa e un po’ d’acqua, ci venivano distribuiti attraverso un piccolo finestrino sul tetto del vagone. Raramente, e sotto la sorveglianza delle guardie russe, si scendeva dal treno in sosta solo per soddisfare eventuali bisogni corporali, dissetarsi con il ghiaccio e trasportare fuori dai vagoni i nostri compagni morti lungo il viaggio che venivano abbandonati ai lati della ferrovia, nella neve. Dopo molti giorni di viaggio arrivammo all’ospedale n°2074 di Pinjug, a circa 1300 Km dal luogo della cattura, con temperature che superarono i 50° sotto lo zero. Seppi dopo che quel complesso di costruzioni era una scuola poi adibita a campo ospedaliero per prigionieri di guerra. Il campo era delimitato da palizzate in legno alte circa tre metri, le palazzine a due piani erano costituite da stanze nelle quali trovavano posto dalle dieci alle venti persone. Dopo le operazioni di rito dell’ingresso al campo fui ricoverato per principio di congelamento dei piedi e delle mani. Trascorso qualche giorno, ero sul mio pagliericcio, in camerata, quando mi parve di vedere una figura piuttosto familiare entrare dalla porta. Man mano che si faceva più vicino ne fui più che sicuro “Ma tu nu sinti u Pippi, u fiju du Vitu, de Melissano?”, gli chiesi. Era proprio lui, il mio compaesano Giuseppe Bruno, anche lui prigioniero, anche lui della Divisione Vicenza come me ma che non vedevo da quando eravamo ancora a Melissano. Fu una piacevole quanto sofferta sorpresa per entrambi il rivederci in quella circostanza, ma cercammo di cogliere il lato positivo di quell’incontro sostenendoci a vicenda nelle diverse e difficili situazioni che eravamo costretti ad affrontare. Fu in questo periodo che Pippi si ammalò di tifo petecchiale, un grave malanno che si aggiunse ai problemi di congelamento, per cui fu isolato per limitare il contagio. Fu sistemato in una stanzetta a parte accanto all’infermeria perché stava proprio male! Io, comunque andavo lo stesso a trovarlo e fu una 102 di queste volte, una mattina presto, durante l’imperversare di una tormenta di neve, che proprio vicino all’infermeria vidi, con mia grande sorpresa, una capretta. Mi sembrò una visione irreale ma non stetti lì a pensarci molto: acchiappai l’animale, cercai di nasconderla sotto il mio pastrano impedendole di belare ed entrai nella stanza di Giuseppe. Sapevamo entrambi che stavamo rischiando la vita per aver preso quella capretta, ma sapevamo anche che, con un po’ di fortuna, avremmo potuto finalmente fare qualche pasto utile per rimettere il nostro organismo in forze con del cibo decente. Seguirono perciò momenti di concitata e convulsa ricerca di un attrezzo che mi permettesse di scuoiare l’animale al più presto, non ci era permesso avere a nostra disposizione coltelli o altro, l’unico modo era usare la paletta della stufa che era nella stanza. Mi aiutai con quella, il resto lo fecero i miei denti, la mia intraprendenza e disperazione che aveva origine dalla fame incessante nel nostro stomaco sempre perennemente vuoto. In quel momento pensai a mia madre, ringraziandola, che sicuramente da lassù aveva provveduto a me, come ha sicuramente fatto durante tutta la mia vita. Sì, era stato un suo regalo! Scuoiai la capretta, la feci a pezzi, buttai le interiora e la pelliccia nella latrina dell’infermeria, infilai la carne negli stivali e la nascosi sotto la neve da dove, nei giorni successivi, andavo a prelevarla poco alla volta. La cucinavamo mettendola nelle nostre gavette che infilavamo nella stufa prendendo tutte le precauzioni perché da fuori non si sentisse il profumo. Pippi, insisteva di darne una parte al Capitano medico Troisi perché era tanto disponibile. Io ritenevo non fosse il caso perché ce la saremmo potuta vedere brutta, non si poteva mai sapere. Acconsentii a darne un po’ verso la fine della nostra provvidenziale riserva di carne che ci aveva permesso per qualche giorno di mangiare da “signori” consentendo al nostro organismo di riprendere un po’ di energia. Il nostro pasto giornaliero consisteva in una brodaglia di miglio e duecento grammi di pane. Solo un miracolo avrebbe potuto consentirci di sopravvivere. Nella primavera del 1943, da alcune voci che cominciavano a circolare tra i prigionieri di guerra, poiché non vi erano mai notizie certe sulla eventuale destinazione dei gruppi in partenza, capii di essere tra coloro che avrebbero dovuto lasciare l’ospedale campo n. 2074 di Pinjug perché ormai “guarito”. Quando arrivò l’ordine di prepararmi per la partenza, raccolsi in fretta la mia poca roba e mi recai dall’amico Pippi Bruno. Era ancora debole, smagrito e sofferente da non avere neanche la forza di alzarsi dal letto. Entrambi avevamo gli occhi lucidi di commozione e tristezza perché costretti a separarci: avere vicino un compaesano sembrava un po’ come avere accanto la propria 103 famiglia, ci si scambiavano i ricordi, si parlava lo stesso dialetto. Era sentirsi meno solo. Lo abbracciai e, nel salutarmi, lui mi fece una accorata raccomandazione. Le sue parole risuonano ancora nella mia mente: “Paesano, quando tornerai a Melissano, vai dai miei, salutali da parte mia e dì loro che io sono morto perché non credo che potrò sopravvivere in queste condizioni, così non aspetteranno inutilmente il mio ritorno e si rassegneranno più facilmente all’avermi perso per sempre”. Alla partenza ci diedero del pane secco razionato, si viaggiava in treno merci, destinazione sconosciuta. Durante il tragitto il treno si fermava in diverse stazioni per caricare altri prigionieri. Facemmo tappa in altri campi di concentramento, tre per l’esattezza, dove ci fermammo per brevi periodi, poi si riprendeva nuovamente. Il viaggio fu lungo ed estenuante. Eravamo in troppi nei rispettivi vagone, stretti gli uni agli altri, neanche lo spazio per stenderci e riposare un po’. La razione di pane e pesce salato, molte volte non arrivava per lungo tempo, per non parlare dell’acqua. Il viaggio continuava sempre nelle stesse condizioni, ebbi la sensazione che non saremmo mai arrivati a destinazione: il treno si fermava spesso, anche in aperta campagna. La temperatura, già mite data la stagione, man mano, diventava sempre più insopportabilmente calda. Nella prima mattina dei primi di giugno 1943, scendemmo dal treno a Syr Darya, nell’Uzbechistan ad un centinaio di Km dalla capitale Taskent. Da lì ci fecero salire su un vagone aperto, ben sorvegliato da guardie armate di parabellum, pronte a sparare nel caso a qualcuno fosse venuto in mente di fuggire saltando giù dal treno. Se pure sopraffatto dalla stanchezza, dalla fame e dal caldo, cominciai a guardarmi intorno per cercare di capire dove mai fossi andato a finire: vedevo una piana sconfinata, abitanti del luogo dai caratteristici tratti mongoli e dai costumi particolari, casupole sparse, orticelli coltivati ad angurie, cavolfiori, pomodori. Notai un grande canale artificiale, largo una decina di metri, che irrigava tutti quei campi verdeggianti. Squadre di uomini zappavano la terra avanzando tra filari di piantine di cotone, le conoscevo bene pure da lontano perché anche al mio paese se ne coltivavano. Cominciavo quasi a sentirmi a casa ma la presenza delle guardie che controllavano i lavoratori, che altro non erano che prigionieri di guerra, mi richiamò alla triste realtà. L’ultimo tratto del viaggio, ci portò nel territorio del Kazakhstan, durò meno di due ore, l’ultima delle quali camminammo a piedi fino a che non arrivammo ai campi di concentramento che si trovavano a Pakhta-Aral sede di una estesa azienda agricola di stato dove si coltivava un’unica coltura: il cotone. 104 Fui assegnato al campo n°5 del lager n° 29, che conteneva circa 1000 prigionieri di guerra: italiani e rumeni in maggioranza e tedeschi. Dopo le consegne di rito tra il responsabile della scorta e il comandante del campo, ci portarono in una baracca dove avremmo alloggiato. Si dormiva su impalcati che seguivano il perimetro della baracca senza soluzione di continuità, ad U, gli impalcati erano uno sull’altro come letti a castello e per materassi vi erano dei pagliericci di “cacchiame”. Prendemmo posto, poi ci condussero all’interno dell’ospedale del campo, dove c’erano dottori italiani e rumeni, sempre prigionieri, comandati da un medico russo. Qui ci visitarono. Eravamo quasi degli scheletri. Ci diedero da mangiare e ci ritennero inidonei al lavoro nei campi per i successivi quindici giorni. Mi informai dell’organizzazione e della gestione del lavoro nel lager dai più esperti compagni di sventura giunti prima di me, soprattutto per quanto riguardava il razionamento del cibo. Scalpitavo d’impazienza (non deve sembrare strano: avevo una fame arretrata terribile che non mi lasciava mai, e non era così solo per me!) perché fossi assegnato ad una brigata di lavoratori perché loro avevano un vitto più consistente. Dopo appena sette giorni dall’arrivo, su mia richiesta, rifeci la visita medica e fui ritenuto idoneo al lavoro nella terza categoria (era l’ultima delle esistenti), ero contento! Dopo circa tre settimane, fruendo di pasti più regolari, potei passare nel gruppo dei lavoratori della prima categoria: potevo zappare i campi di cotone e finalmente mi guadagnai la tanto agognata “NORMA”, che mi dava diritto ad un supplemento di 200 grammi di pane in più al giorno. Sin da ragazzo mi sono guadagnato il pane con il lavoro delle mie braccia, ed ho cercato di farlo sempre al meglio, e anche in questa tremenda occasione riuscivo a svolgere un ruolo trainante nel gruppo degli zappatori nel campo di cotone. Avanzavo con i primi tra le file delle piante con una zappa pesantissima e rudimentale. Costituii, quindi, un esempio per gli altri lavoratori e così mi passarono di “grado”: divenni capo-brigata! Mi venne assegnata una brigata di circa quindici prigionieri e si usciva dal campo per lavorare sempre scortati dai soldati russi. Oltre al cotone, i prigionieri, coltivavano gli ortaggi in un terreno contiguo al nostro campo, i prodotti servivano per la loro sussistenza e per quella dei russi. Si coltivava di tutto, ricordo in particolare l’enorme dimensione di una varietà di meloni, quanti ne ho mangiati nel campo, di nascosto perché erano destinati solo ai russi. Infatti, di questi frutti ne facevano riserva di cibo per l’inverno, tagliandoli a fette che essiccavano al sole, dopo li intrecciavano, legavano insieme con una corda e appendevano al muro. Ben presto capii anche che erano particolarmente ricercati coloro in grado di 105 svolgere lavori di muratura, di falegnameria ed altro. Allora mi improvvisai muratore e operaio, feci capire che mi intendevo di tutto, un po’ era vero, ma la vera ragione della mia versatilità lavorativa era in realtà la possibilità di avere diritto al vitto supplementare che veniva concesso a questo tipo di lavoratori. Poi giunse la raccolta del cotone e anche qui lo scopo era sempre lo stesso: arrivare alla “Norma”. In particolare ricordo poi, quando, in autunno, bisognava strappare le piante di cotone ormai secche per pulire i campi dalle sterpaglie e fare scorte di combustibile per l’inverno. Questo genere di attività suscitava in me cari ricordi infantili ormai lontanissimi che mi riempivano di nostalgia. Il lavoro consisteva nello strappare le piante secche, che erano alte più di un metro, nel farne un grande fascio legandolo con una corda e caricandoselo sulle spalle. Naturalmente, nel voler raggiungere la famosa e desiderata “Norma”, il fascio risultava pesantissimo ed enorme tanto da scomparirci sotto. Era questa l’immagine che io, con orgoglio, conservavo di mio padre e dei suoi tre fratelli che in paese erano conosciuti per essere dei robusti e grandi lavoratori. Al mio paese, dopo la potatura dei vigneti, nelle campagne si raccoglievano i sarmenti tagliati che sarebbero serviti per accendere il fuoco in casa nelle fredde giornate invernali, e cuocere il pasto quotidiano. Ero orgoglioso nel vederli arrivare, appostato sul luogo più alto del paese, carichi così tanto di sarmenti da scomparirne sommersi. Ascoltavo fiero i commenti di ammirazione dei paesani: ”arrivano i trainieri”. In effetti sembravano dei carri, i traìni appunto, carichi fino all’inverosimile. Io andavo loro incontro scrutandone il viso per capire se per davvero non costasse loro fatica trasportare tutto quel peso, per me, immenso ancor più per l’essere così minuscolo al confronto. Ritornando al mio racconto di prigioniero di guerra, i giorni trascorrevano nel lavoro e nel cercare di mantenersi dignitosamente in discreta salute, non avevo notizie dei miei familiari né ci era permesso scrivere. I momenti di sconforto erano tanti ma, per fortuna, l’istinto di sopravvivenza ci sosteneva. Il luogo in cui si potevano avere notizie sull’andamento della guerra, oppure informazioni che comunque riguardavano sempre il modo per ottenere un lavoro più comodo o un pasto un po’ più sostanzioso o per conoscere le ultime novità nel campo, era il gabinetto, definito da tutti “radio fante”. Le latrine diventavano luogo d’incontro in cui scambiarsi notizie, o informazioni approssimate riguardo qualsiasi argomento, apprese da qualche soldato russo o da qualche prigioniero che le aveva avute a sua volta da altri, lette su qualche giornale fatto circolare dalle guardie russe anche se di parte e, quindi, molto poco veritiere. 106 Una manna dal cielo, ricordo, furono le tartarughe che abbondavano nei campi e che gli abitanti del luogo non mangiavano. I prigionieri italiani, avuto il permesso dei russi, ne raccoglievano tante e le cuocevano, bollite, poi le aprivano e tiravano fuori la carne. Aveva un sapore strano, io la mangiavo perché avevo fame. Nell’estate del 1945 di tartarughe se ne videro sempre di meno, e così il nostro misero vitto a base di cavoli o riso o orzo (sempre troppo poco), non poté arricchirsi di carne di tartaruga! Quando finalmente al campo venimmo a sapere che la guerra era ormai finita, la felicità fu indescrivibile. Speravamo di poter rientrare in Italia per i primi di giugno del 1945, come, tra l’altro, informava “radio fante”. In realtà, i russi, con i quali, devo dire, negli ultimi tempi, si andava instaurando un rapporto più umano, cominciarono con il far partire per primi i prigionieri con gravi problemi fisici. Fu in questo periodo che io mi ammalai gravemente di tifo petecchiale. Proprio nel giugno del 1945, nel lager n° 29, scoppiò un’epidemia di tali gravi proporzioni che causò la morte di molti prigionieri. Io mi salvai, ancora una volta, per miracolo, ero veramente in condizioni disperate, superato il peggio impiegai molti giorni per rimettermi. Il dottore del campo, quando fui guarito, mi raccontò che la febbre era stata talmente alta che il termometro non resse al calore del corpo e il vetro si ruppe. La malattia mi ha lasciato come conseguenza una forte otite che, dopo diversi anni, si è aggravata portandomi ad avere problemi di sordità. Poi il giorno della tanto desiderata partenza arrivò! Anche questo viaggio a ritroso sembrava dovesse durare un’eternità, ma quanto diverso era lo stato d’animo col quale mi trovavo ad affrontarlo. Fui rimpatriato il 21 dicembre del 1945. La felicità del mio rientro in Italia si mescolò alla tristezza di tanti familiari che, all’arrivo a Tarvisio, si avvicinavano ansiosi, con le foto in mano, chiedendo notizie dei figli o mariti o fratelli dei quali non sapevano nulla da tempo. Nella mia mente cominciarono a scorrere, come in un film, le immagini dei volti dei compagni che nella neve cercavano inutilmente riparo dall’assalto dei nemici, quella dei compagni che si lanciavano incuranti del pericolo e trovavano la morte. Quanti corpi senza vita sparsi sul bianco della neve, quanti corpi mutilati dal gelo e dai carri armati, quanti straziati dal fuoco nemico, quanti ancora stremati dalla fame e dalle malattie. Forse ne avevo visto qualcuno di quei ragazzi dei quali chiedeva quella gente afflitta ma ancora animata dalla speranza di veder ritornare dalla guerra il proprio familiare. In quei momenti sentii insopportabile il peso di tutte le atrocità delle sofferenze vissute, che fino ad allora ero riuscito a ricacciare in fondo al mio cuore, in fondo alla mia anima perché inconsciamente 107 sapevo che se le avessi lasciate emergere, ne sarei stato sopraffatto. Arrivai a Melissano nei giorni delle festività natalizie del 1945. Mio padre era morto in seguito ad un drammatico incidente di lavoro, i miei parenti mi riferirono che, durante la sua lunga agonia chiedeva spesso di me. Tanti miei coetanei non erano tornati dalla guerra. Il mio amico Rocco risultava ancora disperso. Fedele alla promessa che avevo fatto all’amico Giuseppe Bruno, a Pinjug, mi accingevo ad andare dai suoi, quando, la mia nonna mi diede una bellissima notizia dicendomi che Pippi era già con la sua famiglia da circa un mese. Feci il giro dei parenti per salutarli, erano felici di rivedermi, a tutti sembrava un miracolo: tre anni senza avere mie notizie dava poche speranze che fossi ancora in vita. Ma il desiderio più grande era quello di rivedere Cristina. Ero partito per la guerra e lei aveva appena diciassette anni, chissà se ancora mi aspettava! Mi trovai senza quasi accorgermene sulla strada che portava a Racale. Camminavo a piedi, ma mi sentivo come avessi le ali, saranno state le lunghe marce del “davaj”, col cuore pieno di gioia persino quel tragico ricordo si trasformava in un episodio su cui potevo, tra me e me, scherzarci su. Arrivai davanti alla sua casa, bussai. Lei apparve sulla porta che aveva aperto con naturalezza, rimanendo immobile dalla sorpresa nel rivedermi, lì davanti a lei; mi guardò come se vedesse un fantasma, poi riavutasi, ma tremante e sopraffatta dall’emozione, mi fece entrare. Non aveva più mie notizie da tanto, anche la nostra corrispondenza era stata interrotta, nonostante ciò lei aveva aspettato per quattro anni il mio ritorno! L’idea che sarei sopravvissuto alla guerra non l’aveva mai abbandonata. Chiesi il permesso a suo padre prima di poterla finalmente abbracciare, perché certi incontri così ravvicinati allora non erano consentiti se non in situazioni speciali e dietro consenso dei genitori della ragazza. E se non era speciale quell’occasione! Su un complessivo di 230.000 soldati italiani circa 85.000 furono i dispersi e i prigionieri; ne rientrarono in Italia solo 10.000; io sono uno di loro! Il mio amico Rocco non è più tornato! Le suddette testimonianze sono state raccontate al figlio Antonio negli anni passati nel corso dei frequentissimi momenti di ricordi di guerra del padre e trascritte dalla nuora Anna. Oggi Vito, ultranovantenne, vive in uno stato di semi-incoscienza e di silenzio, anche a causa dei patimenti sofferti in guerra; durante una mia recente visita presso l’abitazione del reduce solo al nome di Pakta Aral, da me pronunciato ad alta voce, lui prontamente rispose: “campo 29”, per poi ricadere nell’oblio. 108 Altri sei leccesi appartengono al 156 Btg Mitraglieri Div. Vicenza; 5 sono i dispersi (Giuseppe Micello di Poggiardo, classe 1914; Rocco Carlino di S.Donato, 1918; Rocco Arcuti di Casarano,1922; i gemelli Antonio e Luigi Lagna di Galatina,1922); Rocco Caputo, 1922, risulta prigioniero e deceduto nel campo di Ustà nel luglio del ’43; unico sopravvissuto Vito Caputo* (N.d.A.). Considerazioni della nipote di Caputo Vito: "Ho appena finito di leggere la bozza e già dalla prima pagina, appena ho letto il nome della nonna che poi è anche il mio, mi sono emozionata. Pensare al fatto che questa è una storia vera, vissuta, non frutto della fantasia bensì della realtà, è quanto di più triste esista. Pensare al nonno, il mio nonno, quello con cui ho passato così tanto tempo, che ha dovuto vivere tutto quello che c'è scritto in quelle pagine, mi riempie di orgoglio. Perché lui ce l'ha fatta, con onore e sacrificio. Tante volte mi sembra che le cose ruotino intorno a me, che esistano perché esisto io. Che i libri di Storia, che i racconti di guerra esistano perché io debba studiarli e conoscerli. Ora ho avuto la prova che non è così, e che a volte la storia di un'altra persona può esplodermi dentro, tanto da farmi riflettere, pensare, emozionare più della mia. Tu e la mamma siete stati davvero bravi a riuscire a trasportare su carta il racconto del nonno. Leggendo, sentivo il freddo della neve che congelava ogni cosa, vedevo i volti di quelle persone senza nome che erano prese dalla disperazione, percepivo la felicità del nonno alla vista del capretto e la sua generosità che forse ha salvato la vita dell'amico Pippi, la fatica che gli costava lavorare ogni giorno nei campi ma anche il suo sentirsi fortunato perché era il lavoro che aveva da sempre svolto. Ed infine, ho sentito forte l'amore per la sua Cristina, dalla quale è corso con chissà quanta spensieratezza e gioia, e l'amore di lei per il suo Vito, che ha aspettato per ben quattro anni. Grazie a tutta questa storia ci sono io, ci sei tu, ci sono la mamma, Vito, Marco e tutto quello che di bello mi circonda."

Su gentile concessione di Marcello Quaranta autore del libro  FRONTE RUSSO c'eravamo anche noi, Castiglione (Le), Grafiche Giorgiani, 2a Edizione, 2016


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