Fante Eliseo GALLO  

di Sebastiano e Amabile  Da Peos

277° Reggimento - I Battaglione – 1ª Compagnia

nato a Godega di Sant' Urbano – TV 31.1.1922

disperso il 31.1.1943 in località' non nota

 


I familiari di Eliseo Gallo - risultato disperso durante la ritirata in Russia – hanno conservato sessanta lettere in cui Eliseo descriveva la sua vita da militare in Italia e la partenza per la Russia

Eliseo Gallo era nato a Godega Sant’Urbano, in provincia di Treviso, ed era un soldato della Divisione di Fanteria Vicenza, inquadrato nel 277° Reggimento, I Battaglione, 1a Compagnia.

In base a tali lettere, su assenso dei familiari rimasti, è stato scritto il libro “il Bosco di Betulle” (Dario De Bastiani Editore, Vittorio Veneto -TV 2022), curato dal nipote Alfeo Zanette da cui è stata tratta anche una riduzione teatrale che ha avuto un notevole seguito a testimoniare come la memoria sulla tragedia della ritirata in Russia sia ancora viva nel territorio.


A 80 anni dagli eventi, sono riuscito a ricostruire la storia di Eliseo, venendo a conoscenza di fatti di cui erano ignari i genitori, che pure avevano chiesto informazioni al Ministero della Guerra e ai reduci ritornati dal fronte russo, senza ricavare notizie certe sulla sorte del loro figlio.

Eliseo Gallo partì per la Russia nell’autunno 1942 con una tradotta transitando da Bolzano l’8 ottobre e giungendo alla stazione di Kupjansk, in Ucraina, il 17 ottobre successivo. In questa località il suo battaglione è stato frazionato in plotoni e la sua compagnia fu inviata a Vedyky Burluk, dove rimase per circa un mese a svolgere compiti di presidio del territorio.

Verso fine novembre giunse l’ordine di riaggregare i reparti in vista di nuovi incarichi operativi nelle retrovie del fronte. La prima compagnia si trasferì, dopo una marcia di oltre 200 chilometri, a Morozovka, a sud di Rossoš’. Armando Favretto, commilitone di Eliseo Gallo, in una sua lettera ai genitori racconta che ci vollero 17 giorni di marcia per arrivare, il 18 dicembre, a destinazione.

Fino al 14 gennaio, nella zona di Rossoš’ non si hanno notizie di infiltrazioni nemiche o imboscate di partigiani per cui i reparti trascorsero un periodo di relativa calma, a parte il freddo tremendo che aveva portato la temperatura fino a 40 gradi sotto lo zero. La durata dei turni di guardia durante la notte era stata ridotta a 15 – 20 minuti per evitare congelamenti.

Ogni compagnia era composta da 150 soldati ed aveva il compito di presidiare un tratto di 2 chilometri lungo una linea ferroviaria (in STORIE la testimonianza del Capitano Comandante della sua compagnia Giuseppe Dodi). All’alba del 15 gennaio i carri armati russi entrarono per la prima volta in Rossoš’ per chiudere in una sacca l’intero Corpo d’Armata Alpino, inclusa la Divisione Vicenza.

La colonna corazzata russa attraversò le linee di difesa italiane disposte su un ampio territorio a sud di Rossoš’, scontrandosi solo con una minima parte dei soldati presenti, fatto salvo per la compagnia cannoni 47/32, che era schierata e concentrata nei pressi dell’aeroporto.

Dalle memorie dei commilitoni della Vicenza che ritornarono in Italia si deduce che Eliseo fosse riuscito a salvarsi nello scontro a Rossoš’ e avesse iniziato la ritirata. Le testimonianze a cui si fa riferimento furono rilasciate subito dopo la conclusione della guerra e per questo motivo sufficientemente affidabili, tanto più se sul singolo fatto collimano più descrizioni rilasciate in interviste diverse.

Nei dintorni di Rossoš’, una parte dei soldati che non riuscirono a fuggire si arresero, sperando nella clemenza del nemico. Settimo Malisardi, facente parte della terza compagnia del I battaglione del 277° Reggimento, racconta nel suo libro “Presenti alle bandiere” che un gruppo di trecento soldati si arresero all’uscita di una balka a un plotone di fanti russi con tre carri armati.

Il Capitano Giuseppe Dodi, il più alto in grado della 1a Compagnia del I Battaglione del 277°, in cui era inquadrato Eliseo Gallo, riuscì invece a sganciarsi e a iniziare la ritirata con altri cinquanta soldati, un terzo dell’organico dell’intera compagnia.

La colonna del capitano Dodi si frazionò poi in due tronconi. Nello Bertoncini, reduce dal fronte russo, ricorda che dopo due giorni di marcia in comune, arrivati in un grosso villaggio perse il contatto con il suo Capitano. L’ipotesi più probabile, considerati i tempi, è che fossero arrivati a Podgornoje o, in subordine, a Popovka.

Bertoncini dichiarava anche che, nella notte tra il 18 e il 19 gennaio, lui e l’attendente del Sottotenente Scarparo furono incaricati di cercare, in mezzo a una bolgia dantesca di militari italiani, tedeschi e rumeni e a mezzi di trasporto di ogni genere, una isba dove poter alloggiare.

L’attendente citato da Bertoncini, del quale non ha fatto il nome, poteva essere proprio Eliseo Gallo, che in una lettera di inizio luglio ’42, quando era ancora in Italia, raccontava ai familiari: “Adesso sono attendente di due ufficiali…”, il che non stupiva essendo stato una persona capace di farsi voler bene. Il Sottotenente Scarparo risulta, come Eliseo, disperso in Russia, e per entrambi è stato indicato il 31 gennaio ’43 come data di dispersione.

Il Fante Guerrino Pizzo dichiarava di essere stato catturato dai partigiani assieme al capitano Dodi nei pressi di Rovenki, dopo dodici giorni di cammino, il che significa che la colonna di cui faceva parte aveva proseguito da ritirata senza aggregarsi al grosso della divisione Vicenza, che poi fu catturata a Valuiki.

Il Capitano Dodi e i suoi commilitoni furono poi costretti a ritornare a piedi a Rossoš’ dove furono fatti salire su una tradotta e condotti nei campi di concentramento. Dodi trovò la morte a Uciostoje il 31 marzo 1943. Nello stesso campo, il 28 marzo risulta deceduto anche Armando Favretto, l’amico più stretto di Eliseo, citato più volte nelle sue lettere.

Mario Meneghin, altro commilitone di Eliseo Gallo, ebbe una sorte migliore. Anche lui fu catturato dai russi, non è noto né dove né in quale circostanza. Il racconto della sua cattura è comunque interessante. Al momento della resa ai soldati italiani fu risparmiata la vita, a condizione che non avessero con sé simboli o cose che potessero testimoniare la loro fedeltà al regime fascista. Al contrario i tedeschi venivano fucilati: a un soldato era stato ordinato di aprire il pastrano e viste le mostrine delle SS, il russo che lo stava perquisendo gli scaricò addosso l’intero caricatore del suo parabellum.

Assieme ad altri quattro commilitoni Meneghin, riuscì a eludere la sorveglianza dei russi e a iniziare la ritirata. Uno di questi è probabile fosse Giovanni Napol, altro commilitone e concittadino di Eliseo Gallo, il quale essendosi congelato i piedi fu lasciato in una isba e di lui si sono perse le tracce.

Dopo tre giorni e tre notti di cammino continuo dentro la bufera e la tormenta di neve, dove era impossibile orientarsi sul percorso e si doveva procedere alla cieca, Meneghin ebbe la fortuna di incrociare un treno di passaggio e di salirvi “al volo”, prendendo posto in un vagone al riparo dalla tormenta di neve, salvando così la pelle.

Ritornato in Italia, Meneghin raccontò ai genitori di Eliseo che il figlio era con lui nella ritirata; poi era rimasto indietro non avendo più le forze per proseguire, spossato dalla fatica e dagli stenti subiti.

Questa è stata la sola testimonianza diretta che abbiamo avuto sulla sorte di Eliseo durante la ritirata, da ritenere veritiera a meno che Meneghin non abbia voluto nascondere ai genitori di Eliseo una sorte peggiore evitando di comunicare la sua morte, per lasciare loro un filo di speranza.

 

….. luglio 2022, La ricerca sulla sorte di Eliseo continua !

 

Il nipote Alfeo Zanette

 


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