Fante Ettore Fulvio MICHELUTTO

278°  Rgt.

nato a Cesarolo -San Michele al Tagliamento -VE 19.9. 1922  

Rientrato vivo dalla Russia dopo la Ritirata


Nel 2011 l'allora Presidente della Sezione A.N.C.R. (Associazione Nazionale Combattenti e Reduci)  di Cesarolo (Ve), cav. Angelo Zamparo (1922-2016), promosse un lavoro di conservazione e divulgazione della memoria tra i soci ex combattenti e reduci, che si concretizzò nel progetto "interviste alla memoria: le voci degli ultimi": i quindici soci effettivi della Sezione cesarolese vennero intervistati e le loro parole fissate in un volumetto omonimo. Tra loro anche Ettore Fulvio Michelutto, nato nel 1922, reduce della Divisione Vicenza di cui il testo come da lui dettato e raccolto da Massimiliano Galasso, ricercatore storico di San Michele al Tagliamento (Ve)


Sono nato a Cesarolo, piccolo paese nel Comune di San Michele al Tagliamento in Veneto Orientale, il 19 settembre 1922; mio padre di professione faceva il falegname e dall’età di dieci anni andai ad aiutarlo nella bottega.

La guerra in Europa scoppiò nel 1939 e da subito si iniziarono a sentire le prime conseguenze, soprattutto sul campo del lavoro. Per noi falegnami, la peggiore fu che non si trovavano più forniture di legno, e iniziarono a scarseggiare anche i chiodi.

Così, assieme ad un compaesano di qualche anno più vecchio di me, decisi di recarmi in Ufficio di Collocamento e chiedemmo entrambi di poter andare in Germania come emigrati, per andare a lavorare in falegnameria, che là legno ce n’era. La mia domanda venne respinta perché avevo diciott’anni ed entro breve mi sarebbe arrivata la “cartolina rosa” per presentarmi di leva, quindi mi venne proibito di lasciare l’Italia, mentre al mio compaesano fu concesso di emigrare perché aveva già tre figli e non sarebbe stato richiamato alle armi.

L’Italia entrò in guerra poco dopo, nel 1940, e io venni chiamato di leva il 22 gennaio 1942: quel giorno, assieme ai coscritti della mia classe, raggiungemmo in treno il Distretto Militare di Trieste. Qui ci tennero solo il tempo necessario per dire a me e a un gruppetto di altri miei amici che dovevamo rimontare in treno e tornare a Latisana, perché eravamo stati destinati alla Divisione di Fanteria “Bergamo”.

Così ritornammo a Latisana e per tre giorni, in un centinaio di noi, fummo alloggiati dentro agli stanzoni dell’ex essiccatoio dei bozzoli, vicino alla stazione ferroviaria, sorvegliati da un paio di sergenti. Ogni sera scappavamo fuori in massa, anche se sarebbe stato vietato, per andare a trovare le morose.

Quando arrivarono i militari dal Reggimento ci divisero per destinazione e io, assieme ad un paio di miei amici, fummo mandati al Centro Addestramento Reclute del 26° Reggimento Fanteria a Trieste.

Appena arrivati in caserma ci fecero la puntura contro il vaiolo, a me fece reazione e mi si gonfiò il braccio. Il medico decise che dovevo essere ricoverato nell’Ospedale Militare di Varazze e così salii nel primo treno della Croce Rossa che passò per la città, ma ebbi una brutta sorpresa. Il convoglio era carico di feriti, tutti fasciati, in piedi o immobili nelle barelle; ragazzi di un anno o due più vecchi di me, che erano stati mandati a combattere in Jugoslavia e ritornavano indietro in quelle condizioni. I feriti più gravi erano distesi nelle barelle o per terra e ogni volta che il treno frenava bruscamente o sobbalzava, si sentivano urla e lamenti di dolore.

Ritornai al Reggimento a Trieste dopo un paio di settimane di ricovero a Varazze e dopo aver svolto l’addestramento fummo inviati a Castelnovo d’Istria, dove trovai mio cugino Amerindo Michelutto. Era figlio di mia santola Giovanna, il cui marito, cugino di mio padre, era morto durante la Prima Guerra Mondiale; Amerindo era nato nel 1915, si era già fatto due anni di naja e aveva preso i gradi di sergente maggiore.

Proprio lui e un suo collega sergente di Mestre mi consigliarono, dato che ero giovane, di tentare la strada della carriera militare e così feci domanda per essere ammesso al corso per diventare sottoufficiale.

Qualche settimana dopo, mentre ero ancora in Istria, venni mandato a sorvegliare una squadra di militari addetti a sistemare una strada dissestata; dopo una mattinata di lavoro questi iniziarono ad aver fame perchè la pagnotta che ci veniva distribuita come rancio non era sufficiente per le nostre esigenze. Così i soldati mollarono per terra pale e picconi e si diressero in una vigna poco distante per farsi una scorpacciata di uva.

Per mia sfortuna in quell’istante arrivò il maggiore e mi sorprese in mezzo al cantiere vuoto, a far la guardia…al mucchio degli attrezzi buttati a terra. Mi rimproverò severamente e mi disse in malo modo che la mia domanda per entrare al corso sottoufficiali era andata in fumo. Quando tentai di giustificarmi e feci notare che il panino che ricevevamo come rancio quotidiano era una miseria, mi disse: -Sua Maestà il Re vive ogni giorno con la razione che viene assegnata ai soldati!

Il maggiore però mangiava nella mensa ufficiali, seduto a tavola e servito, e non nella gavetta; quando poi arrivavano i salami per la truppa, e di solito erano soltanto due, ne pretendeva dal furiere uno intero solo per lui. Così dovevamo dividerci l’altro in centosessanta uomini, e ne usciva una fetta a testa.

La vita militare durante i mesi passati in Istria tutto sommato fu comoda; la cosa più impegnativa era l’esercitazione settimanale: cinquanta minuti di marcia con lo zaino affardellato e dieci di riposo. Un giorno però arrivò la comunicazione che anche la mia Compagnia sarebbe stata mandata entro breve tempo in Jugoslavia, in zona d’occupazione.

Là si combatteva contro i cosiddetti “ribelli” (non si parlava di partigiani) che si nascondevano dappertutto, e il nemico non lo si aveva di fronte come in una guerra normale, ma poteva arrivare anche da dietro, o dai lati, e colpire alle spalle…insomma si era circondati.

Proprio in quel periodo venni a sapere che dal Comando Supremo era stato richiesto un po’ di personale volontario da mandare sul fronte russo, aggregato all’Intendenza del Quartier Generale dell’8^ Armata: sempre su consiglio di mio cugino Amerindo, decisi di far domanda per partire alla volta della Russia. Fu lui a convincermi, perché mi spiegò che là il nemico era solo davanti e non dappertutto come in Jugoslavia, e quindi sarebbe stato meno pericoloso, e poi…sarei finito nell’Intendenza, come soldato di sussistenza! Una pacchia!

Aveva ragione? Forse sì, forse no, ma a un giovane di diciannove anni non restava che fidarsi di quello che diceva un “nonno” già esperto di guerra, confidando fosse sempre la verità!

Feci domanda per andare volontario sul fronte russo, la inoltrai attraverso i miei ufficiali, fino a che un giorno il maresciallo venne a chiamarmi e mi avvertì del cambio di Reggimento e mi consegnò il biglietto per Bergamo.

Fui così inquadrato nel 278° Reggimento della Divisione di Fanteria “Vicenza”, dove tra l’altro trovai tanti miei vecchi compagni e coscritti dell’addestramento reclute.

Non restai tanto a Bergamo, perché a un certo punto fummo caricati in una tradotta e raggiungemmo la caserma della Divisione Pasubio a Verona e ci restammo per un paio di settimane.

Qui ci vennero distribuiti i vestiti pesanti, i cappotti e l’equipaggiamento da neve; io ricevetti anche un robusto pellicciotto di pelo da indossare sotto il pastrano e per me quello fu la salvezza, perché il resto del vestiario che ci distribuì l’Esercito era scarso, come quello in Jugoslavia.

Ogni tanto riuscivo a fare qualche fuga in treno fino a Cesarolo per vedere la mia fidanzata, sempre abusivamente perché, per noi militari, era vietato prendere il treno senza il permesso; durante il tragitto, quando vedevo arrivare le guardie, mi nascondevo sotto i sedili e raccomandavo gli altri passeggeri di non muovere le gambe perché sennò mi avrebbero scovato.

-Ma sei pazzo soldato? Se ti beccano per punizione ti spediscono in Russia!!! Mi dicevano i passeggeri quando uscivo dal mio nascondiglio, e restavano di stucco quando rispondevo loro: -Non è un granchè come punizione, perché è proprio lì che devo andare tra poco!

Partimmo da Verona verso la Russia su una tradotta militare; gli ufficiali e i sergenti che dovevano scortarci e fare la guardia ci dissero che il viaggio sarebbe durato tre giorni e, di conseguenza, vennero caricate le provviste solo per quel periodo.

Il viaggio in treno invece durò forse addirittura due settimane, perché spesso la locomotiva si staccò e noi restammo fermi con i vagoni in mezzo a stazioni disperse nel nulla. Addirittura terminammo il tragitto dentro a carrozze ferroviarie per il trasporto degli animali: gli alpini fecero scendere i cavalli e i muli e fummo fatti salire noi. Per riposare dovemmo scansare gli escrementi delle bestie e dalla paglia uscì una marea di pidocchi, che si rintanarono al caldo dentro i nostri vestiti.

Avevamo talmente tanti pidocchi addosso che li uccidevamo passando con la punta della baionetta lungo le cuciture della giubba e dei pantaloni, che erano il loro posto preferito per rifugiarsi.

Ricordo che arrivammo in Russia in una notte che doveva essere il 13, 14 o forse 15 dicembre 1942; il treno si fermò in stazione a Kantemirowka e scendemmo per disinfestarci dai pidocchi che ci tormentavano già da giorni. Ci togliemmo tutti i vestiti e li mettemmo in ammollo dentro alle “marmitte” (erano delle grosse casse di lamiera che servivano per cucinare il rancio) piene d’acqua, per far poi bollire il tutto sopra a dei fuocherelli di fortuna.

In quella zona della Russia c’era già da più di un anno un forte contingente di truppe italiane dell’ARMIR che occupavano le prime linee sul fiume Don assieme ai tedeschi; noi italianski ci eravamo fatti voler bene dai sovietici, perché con loro eravamo gentili e socievoli. Qualcuno si era già accasato con qualche bella russa e girava la storiella che nell’anagrafe di Kantemirowka c’erano registrati già centosessanta bambini con cognome italiano…e uno solo con cognome tedesco, perché loro erano molto meno educati di noi italiani.

Al nostro arrivo in stazione dei militari di guardia ci dissero che per noi “complementi” non era  quella la destinazione definitiva, ma il treno aveva dovuto fermarsi prima perché era in corso un’offensiva russa.

La notte successiva arrivarono dei portaordini che ci avvertirono di lasciare tutto e di ripiegare in fretta, perché stava per arrivare un reparto di soldati sovietici e ci avrebbe catturati tutti: la Divisione tedesca schierata davanti a noi si era ritirata e il fronte era stato sfondato.

Ma come potevamo muoverci da là, con i nostri vestiti in ammollo dentro alle marmitte!? Io indossai tutta la biancheria che avevo dentro allo zaino, l’uniforme leggera di tela e il pellicciotto, e corsi in strada, dove ritrovai nel buio un gruppetto di miei commilitoni. Per fortuna avevo il pellicciotto, quella è stata la mia salvezza.

Ci ritrovammo in circa un centinaio di soldati o forse più; ad un tratto arrivò un sottotenente che, armato di bussola e mappa, ci invitò a seguirlo e iniziare la marcia all’indietro verso la nuova linea di resistenza. Ma fu difficile restare uniti, perché camminare era difficoltoso e ben presto ci sparpagliammo, dividendoci in gruppetti che iniziarono a prendere vie diverse, seguendo o aggregandosi ad altre colonne di militari in ritirata.

Per terra c’erano ottanta centimetri di neve, ma era ghiacciata, talmente dura che ci si camminava sopra senza sprofondare.

Tutto era coperto di neve: fiumi, strade e ogni indicazione utile per l’orientamento; guardare lontano nella steppa gelata è come fissare la parete imbiancata di una casa da due metri di distanza, gli unici esseri viventi lì in mezzo eravamo noi disgraziati.

Le ore di luce erano pochissime, alle tre del pomeriggio era già buio e di notte c’erano quasi 40° sotto zero ed era impossibile camminare, così eravamo costretti a cercare rifugio dentro alle “isbe”, le capanne di legno e paglia in cui vivevano i contadini russi. Iniziammo a sentire le cannonate attorno a noi dopo tre o quattro giorni di marcia; avevamo percorso non più di cinque chilometri perché avanzare era difficilissimo; la battaglia tra russi e alpini infuriava alle nostre spalle, ma noi avevamo già buttato via il fucile e le munizioni da un pezzo perché capimmo che, per sopravvivere alla marcia nella steppa gelata, dovevamo liberarci di ogni impedimento.

Un giorno ci rifugiammo dentro ad un edificio scolastico abbandonato, ma poco dopo iniziò un forte bombardamento proprio contro il paese: ci fu un fuggi fuggi generale e molti soldati corsero dentro al rifugio antiaereo all’esterno. Non ho mai capito se non mi mossi da quella scuola perché ero malato e il mio corpo non ce la fece a muoversi, o perché credetti veramente che fosse meglio trovar rifugio altrove: invece di uscire mi appoggiai al muro portante dell’edificio sotto al vano di una porta: era il punto più solido, mi convinsi non sarebbe mai crollato. Il mio corpo era così fiaccato che sentire il colpo di partenza, la bomba sibilare lontano, poi avvicinarsi con un fischio sempre più forte e quindi esplodere e far tremare tutto, non mi faceva quasi effetto.

Per quanto abbiamo camminato? Dieci giorni, forse, o forse di più? E quanti chilometri abbiamo percorso a piedi? E’ impossibile ricordarlo ora perché durante la ritirata tutti i giorni erano uguali l’uno all’altro. I passi non si contavano, alla sera si cancellava dalla testa la camminata da cui si era appena sopravvissuti perché la stanchezza a volte faceva sembrare che il cervello fosse acqua. Allora scrissi in un quadernetto i paesi che attraversammo e in quali giorni; lo compilavo ogni sera quando ero al caldo nelle isbe dei russi, aiutato magari dal sergente che aveva la mappa, ma poi l’ho perso.

Nelle giornate di bufera non si riusciva ad andare avanti; quando c’era vento contrario lo strato di neve superficiale si staccava da terra, ci arrivava addosso in forma di polvere congelata ed era impossibile tenere gli occhi aperti. Col freddo facevano male le caviglie e le ginocchia e più di una volta siamo arrivati allo stremo delle forze, ma sapevamo che fermarsi e sedersi voleva dir morire assiderati; con 40° sotto zero se ci si fermava il corpo si congelava e il cuore e il respiro si bloccavano dopo pochi minuti.

Ah quanti che non ce l’hanno più fatta a camminare e si sono lasciati morire nel ghiaccio, coperti pian piano dalla neve che cadeva fitta, senza che nessuno abbia potuto dar loro una mano!

Un fatto in particolare, tra quelli peggiori successi durante la ritirata, mi ha lasciato un ricordo forte, che porto dentro ancora oggi. Un mio amico, un militare di venti anni come me, ad un tratto smise di camminare, si fermò e si sedette sul tascapane, perchè non ce la faceva più ad andare avanti. Eravamo un gruppetto di cinquanta di noi, ma tutti allo stremo delle forze, e non riuscimmo a convincere quel ragazzo a rialzarsi. Forse stava male, forse aveva la febbre, ma cosa potevamo fare per aiutarlo?

Lo lasciammo lì seduto e proseguimmo la marcia; mi girai spesso a guardarlo per vedere se si rialzava,ma man mano che ci allontanavamo diventava sempre più piccolo, sempre più piccolo in mezzo alla neve, fino a che, dopo meno di un’ora e a un chilometro o forse più di distanza, diventò solo un puntino nero nel bianco, e poi infine sparì.

Eh ogni tanto me lo rivedo ancora adesso; quando chiudo gli occhi, quel puntino in mezzo alla neve…è ancora davanti ai miei occhi.

Nelle giornate in cui il cielo era sereno invece si poteva camminare spediti anche per parecchi chilometri; se il sole scaldava un po’ poi si sprofondava nella neve con tutta la gamba, ma era un sole debole che tramontava subito.

Per parecchi giorni fummo preceduti nella marcia da un nostro ufficiale che, a cavallo, andava in avanscoperta per esplorare le zone che poi avremmo dovuto attraversare noi a piedi, sia per scovare eventuali pericoli sia per assicurarsi che ci fossero isbe dove trovar rifugio la notte.

Attraversammo un fiume che allora dicevano essere il Donetz: era un fiume fondo anche trenta metri, ma in inverno ci potevano passare sopra i carri armati perché l’acqua era congelata per lo spessore di un metro e mezzo.

Lungo la strada incontrammo tantissimi villaggi di isbe, e i russi ci salvarono la vita ospitandoci a casa loro di notte, facendoci restare al caldo durante le bufere di neve e dandoci da mangiare, anche a gruppi di dieci soldati per volta. I contadini che abitavano nelle isbe erano poveri, più poveri ancora dei sotàns delle nostre terre di bonifica; non avevano niente che quella casa di paglia e un po’ di provviste.

Anche se loro non ce lo fecero mai capire, sono certo che spesso quei russi (ed erano anziani, donne, bambini) si tolsero il boccone di bocca per darlo a noi soldati italiani sbandati che andavamo continuamente a chiedere aiuto, il popolo russo è stato la nostra salvezza.

Ogni isba aveva una “cantina” scavata sotto terra dove i russi durante la bella stagione mettevano le provviste per l’inverno: formaggio, salami, patate, addirittura qualche gallina.

L’ingresso alla riservetta del cibo era chiuso da una botola che si trovava nascosta sotto il tavolo, al centro dell’isba. Quando c’eravamo noi italiani i russi non avevano problemi a spostare il tavolo e lasciare aperta la botola, perché sapevano che non avremmo portato via niente, e fecero fondo a tutte le loro provviste per poter sfamare tutti quei militari sbandati che si presentavano ogni sera ad elemosinare cibo caldo. Poveri russi, quella sì che è stata gente generosa e di gran cuore…quanto ci hanno tenuto al caldo!

Prima di entrare nelle isbe noi italiani bussavamo sempre alla porta e dicevamo “Permesso” anche se sapevamo che non ci avrebbero capito, e una volta entrati ci mettevamo a dormire per terra, distendendo i vestiti duri di ghiaccio ad asciugare sopra allo spolèrt, per non dar fastidio ai contadini padroni di casa.

Una sera dentro ad un’isba, oltre alle donne russe, trovai un militare italiano in camicia nera, vestito da fascista; io mi distesi come al solito vicino al caminetto mentre lui restò per conto suo. Ad un tratto entrò un russo con in testa il colbacco e un mitra a tracolla: era un partigiano, perché tutti gli uomini erano partigiani; si avvicinò ma non mi badò neppure, mentre fece alzare il fascista e accompagnò con decisione fuori dall’isba. Dopo pochi minuti sentimmo una raffica: a quel soldato indossare la camicia nera costò la vita.

Per due settimane non riuscii mai a togliermi le scarpe, perché si erano congelate sui piedi ed era come fossero di puro vetro; c’è da dire che i nostri scarponi non erano di cuoio, ma di cartone pressato, si sfasciarono dopo pochi chilometri di marcia e dovemmo aggiustarli alla meglio.

Col passare dei giorni i piedi iniziarono a farmi sempre più male e camminare diventava sempre più difficile, così una sera, mentre mi trovavo dentro ad un’isba, decisi di appoggiare le scarpe sopra allo spolèrt della cucina, perché sentivo freddo ai piedi, tanto freddo, fin dentro le ossa. Mi appisolai, vinto dalla stanchezza, ma venni svegliato dalle grida della padrona di casa, la babuska. Le scarpe avevano preso fuoco, perché erano di cartone, ma se i piedi dentro non avevano sentito il calore voleva dire che erano congelati…ah Dio i miei piedi…in che condizioni trovai i miei piedi quando mi tolse le scarpe!

Lei mi disse qualcosa che non capii, poi corse fuori a prendere due pugnetti di neve e con le mani iniziò a sfregarmi con energia i piedi, fino a che mi fece ritornare la circolazione. Così la babuska mi salvò i piedi e forse la vita; erano già viola, si sarebbero congelati e non sarei più stato in grado di camminare.

Babuska è una delle poche parole di russo che ho imparato; vuol dire più o meno “nonnina”, la usavamo per rivolgerci alle donne delle isbe, tutte di mezza età e infagottate nei loro abiti pesanti.

I tedeschi erano diversi da noi italiani. Quando entravano nelle isbe mandavano fuori di casa i contadini spingendoli con le canne dei mitra, requisivano tutto quello che trovavano e lo portavano via con loro. Non avevano rispetto per nessuno, non gli interessava niente né dei russi, né di noi italiani, facevano la guerra con cattiveria.

Durante la ritirata loro spesso ci affiancarono a bordo dei loro autocarri, che procedevano lenti nella neve fresca: guai se qualcuno di noi italiani si azzardava ad aggrapparsi alle sponde dei cassoni, perchè i soldati seduti dentro a quest’ultimi ci respingevano rabbiosamente, prendendoci a scarpate sulle mani e urlando insulti.

A un soldato della Lombardia mio commilitone che cercò di sorreggersi con le mani alla sponda di un camion della Wehrmacht, gli arrivò una scarpata così violenta che gli staccò di netto due dita, perché i tedeschi avevano le suole chiodate per non scivolare nella neve. Si salvò perché non fece emorragia per il freddo, lo bendammo con un fazzoletto da naso che avevo in tasca. Eravamo già nemici prima dell’Armistizio, coi tedeschi.

Il ripiegamento terminò quando arrivammo dentro la nuova linea di resistenza dei tedeschi: li trovammo già schierati e con i carri armati pronti a far fuoco contro le avanguardie russe; noi italiani, rimasti indietro, arrivammo giorni e giorni dopo di loro.

Finalmente potemmo raggiungere un vicino villaggio di isbe per riposarci, rifocillarci e ritornare alla vita; avevo contratto un congelamento ai piedi, mi facevano male, ma per fortuna non era niente di grave. Si bendava e si fasciava le ferite con pezze, stracci, garze, pezzi di pantaloni, messi a bollire nei pentoloni.

Tanti italiani erano morti nella ritirata; anche tanti miei amici di Cesarolo, della classe del ‘22 come me, partiti per la Russia con l’ARMIR. Si chiamavano Guido Angeli, Tiziano Marchetto, Elio Pilosio, Gino Moretto, erano anche loro della Divisione Vicenza.

Dopo alcune settimane campali, dalle retrovie del fronte fummo trasferiti in tradotta fino a Kharkov che era stata riconquistata; questa era stata bombardata e abbandonata perché la maggior parte della gente era scappata e tutti gli uomini e i ragazzi erano in guerra. Lo spazio in città quindi era tanto e fummo sistemati a coppie nelle abitazioni ancora integre, ma disabitate, ma le case erano chiuse da molti mesi, cioè da quando erano arrivati i tedeschi: sia le porte che le finestre erano state barricate e dentro l’aria era irrespirabile per l’odore di chiuso e la polvere.

Dopo quel periodo passato a riposare in retrovia assieme agli altri superstiti dalla ritirata, arrivarono le tradotte dirette in Italia: io però, su consiglio di un sergente mio amico, scelsi di non farmi rimpatriare, ma di restare in Russia, perché ormai l’inverno stava finendo e la guerra si era allontanata.

Venni così inquadrato in una “Compagnia Recuperi”, addetta appunto allo smantellamento e al recupero delle strutture di ferro di un grosso stabilimento militare abbandonato in mezzo alla steppa in Ucraina. Queste dovevano essere tagliate con la fiamma ossidrica e poi caricate con le gru sopra a dei vagoni militari, ma io non sapevo neanche come si impugnava la fiamma ossidrica, quindi per i tre mesi che rimasi in Russia nell’estate del 1943 lavorai poco e niente, mentre l’Armata Rossa continuava ad attaccare.

Ogni tanto andavamo in giro per la steppa, che intanto si era scongelata, con una camionetta militare: la neve aveva lasciato il posto al fango, e quando si asciugò anche quello restò una terra tanto friabile che le strade si riempirono di polvere marrone.

Venni rimpatriato nel luglio 1943 e, giunto al Brennero, fui inviato in caserma a Vipiteno, per passare il periodo di contumacia di venticinque giorni perché c’era il rischio che in Russia avessi contratto qualche malattia contagiosa. Invece stavo benissimo e una volta terminata la contumacia mi venne concessa una licenza di convalescenza per insufficienza respiratoria e potei finalmente, dopo molti mesi, rimettermi i vestiti da civile e raggiungere casa mia.

(Roveredo in Piano, novembre 2011)

Testimonianza di Ettore Fulvio Michelutto di Cesarolo (1922-2015)

volontario nella Divisione di Fanteria “Vicenza” nel 1942,

sopravvissuto alla ritirata di Russia.

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156° Divisione Fanteria Vicenza