Questo articolo risale al settembre del 2018, l’ultimo anno in cui l’Associazione Nazionale Alpini potè effettuare il tradizionale “viaggio pellegrinaggio” nelle zone in cui le Divisioni Alpine Julia, Tridentina e Cuneense furono dislocate alla fine del 1942, e che lasciarono, iniziando la tragica ritirata, alla metà di gennaio 1943. Con esse la Divisione di Fanteria “Vicenza”, inviata sulla prima linea del fiume Don, nonostante il suo scarso equipaggiamento di indumenti invernali e di armi.
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, 1992, l’A.N.A. prese contatto con le amministrazioni dei paesi di quella zona, in particolare di ROSSOSCH, che era stata sede del Comando delle Divisioni Alpine.
In seguito a tali contatti l’A.N.A. costruì a ROSSOSCH una scuola per centocinquanta bambini, riservandosi una metà del seminterrato come alloggio e servizi per poter inviare, annualmente, una squadra di Alpini a garantire la manutenzione dell’immobile. Una iniziativa bella, importante, significativa.
E da allora, inoltre, ogni cinque anni veniva organizzato un viaggio, aperto a tutti gli Alpini che lo volessero, e ai loro familiari, per andare a visitare quella zona di guerra, con i punti più significativi dal punto di vista storico.
Questo del 2018, dal 12 al 17 settembre, è stato l’ultimo di questi viaggi collettivi. Poi il conflitto tra Russia e Ucraina ha impedito ogni cosa. In futuro si vedrà. Ma chissà quando.
Come detto nell’articolo, praticamente tutti i quasi trecento Alpini partecipanti avevano nella loro storia familiare un parente che in Russia c’era stato, in qualche caso ritornato a casa, in qualche altro caso di cui si conosceva la sorte infausta, ma nella maggior parte dei casi rimasti dispersi durante la ritirata.
Tra questi ultimi anche un mio zio paterno, Egidio PICCO, ufficiale medico della Divisione Vicenza, del quale le ultime notizie certe si hanno relativamente alla battaglia di Warwarovka, 23 gennaio 1943.
Poi più nulla.
Ritornato da questo viaggio, ho subito scritto questo articolo per fissare tutta la serie di incontri e di emozioni che avevamo vissuto ripercorrendo quei luoghi e anche incontrando persone che erano bambini in quegli anni di guerra ma che, per memoria loro o dei loro familiari, conservano tuttora un ricordo bello dei militari italiani, per le loro caratteristiche di umanità, nonostante fossero, di fatto, degli occupanti.
Questo aspetto è un tema ricorrente nelle lettere dei militari di allora, e lo è anche nelle lettere dello Sten. Medico Egidio PICCO, mio parente, ritrovate dopo settant’anni, e adesso pubblicate su questo sito.
Monza, febbraio 2026 Alp. Paolo PICCO
Sto parlando della settimana in Russia, dal 12 al 17 settembre.
Viaggio organizzato dalla nostra Associazione per il quinquennale appuntamento con le città nella zona del fiume Don, dove si svolse la tragica ritirata del gennaio 1943: a Birjuc, per una festa cittadina che sembrava (in piccolo, ovviamente) l’Adunata Nazionale; a Nikolajewka, per l’inaugurazione del nuovo ponte sul fiume Valuj, donato alla città dall’ANA e costruito dagli Alpini bresciani; a Rossosch, per il 25esimo anniversario dell’Asilo Sorriso, la prima realizzazione di un’opera di amicizia con quelle popolazioni. Tre momenti pubblici, organizzati, formali, con grande partecipazione della popolazione. I trecento Alpini presenti hanno rappresentato l’intera ANA, a supporto del Presidente e delle altre cariche nazionali presenti.
Questa è stata la parte che si può chiamare “viaggio”.
Ma c’è stata l’altra parte, quella che va chiamata “pellegrinaggio”: quella delle motivazioni più profonde che hanno spinto quei quasi trecento Alpini, anche giovani, a investire tempo e soldi per un viaggio che certamente non si preannunciava riposante.
In breve: non tutti questi Alpini, ma certamente la maggior parte, non si sono lasciati sfuggire l’occasione di visitare i luoghi nei quali un loro congiunto era rimasto vittima della guerra: morto, oppure disperso, chissà quando e dove, oppure ferito, in qualcuna delle battaglie che costellarono i giorni della ritirata.
Così è stato per il sottoscritto, per il quale il pellegrinaggio è stato a Warwarowcka, dove uno zio paterno, della Divisione Vicenza, era stato fatto prigioniero con i resti della Divisione e del Battaglione Morbegno; poi c’era un Alpino, medico, studioso della storia militare della campagna di Russia, che accompagnava la moglie, che di zii paterni ne aveva persi tre, tutti e tre Alpini, tutti e tre dispersi durante la ritirata. C’era una signora 86enne, accompagnata da una figlia e da due Alpini di famiglia - mariti delle figlie - sorella di un disperso in quella stessa battaglia. E un altro Alpino, figlio di un reduce, gravemente ferito a Nikolajewka e riuscito a ritornare grazie all’aiuto di un Alpino compaesano. E ancora: un Alpino giovane, appena finito l’anno di ferma volontaria, con il quale la comunicazione è stata velocissima: “perché sei venuto qui” “perché la Russia è sacra” “perché è sacra” “perché mio nonno....”. Mi fermo, ma potrei continuare con questo elenco.
Cosa significa questo? Cosa ha creato questa comunanza tra tanti partecipanti al viaggio che non si erano mai visti prima?
Significa che la sintonia tipica delle belle amicizie qui si è creata subito, mettendo in comune le “reliquie” che ciascuno si era portato dietro: le lettere, le fotografie, magari lo stato di servizio recuperato dopo la guerra, le testimonianze realizzate negli anni per ricordare quei familiari scomparsi in Russia.
Così ci sono stati i momenti celebrativi ufficiali, festosi, accennati sopra. Poi quelli storici (interessantissimo l’incontro con l’85enne prof. Alim Morozov, che ha ricostruito in estremo dettaglio tutti i momenti della guerra alpina in Russia). Ma tra tutti spiccano i momenti più silenziosi, e più lunghi, e certamente più significativi, in cui è prevalsa l’osservazione dei luoghi in cui i nostri cari sono passati in quelle condizioni terribili e la meditazione sulla loro sofferenza, e sulla loro morte solitaria.
Ed ecco allora perché il viaggio si è trasformato in pellegrinaggio: perché non è stato soltanto la soddisfazione di una curiosità sui luoghi – ben consapevoli che le città e le (poche) strade sonio ovviamente cambiate in modo sostanziale, mentre la campagna è rimasta immutata con le sue infinite ondulazioni e le famose ‘balke’ - ma perché è stato occasione di rendere onore e memoria a chi non ha avuto la sorte di ritornare.
E tutti ci siamo ritrovati concordi nel vivere questo pellegrinaggio, rendendoci conto che è stata una grossa fortuna poter rendere un ultimo onore ai nostri defunti, come se settantacinque anni non fossero passati, come se la scomparsa di questi nostri parenti fosse avvenuta ieri, rivivendo noi stessi il dolore vissuto dai nostri padri e dai nostri nonni.
E la frase detta da una partecipante durante il viaggio di ritorno “Cosa facciamo adesso, li lasciamo qui?” esprime bene il sentimento di forte vicinanza, simile a quello che si vive dopo la tumulazione di una persona cara, ma applicabile anche in questo caso, in cui i caduti che ‘abbiamo lasciato’ in Russia, in una tomba chissà dove, sono stati conosciuti solo attraverso le lettere scritte dal fronte o attraverso i racconti di chi, al tempo della guerra, era ancora bambino: un sentimento fortemente generato da questo viaggio sui luoghi da essi percorsi, un sentimento che ha reso tutti veramente contenti – e molto! - dell’esperienza vissuta insieme.